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Febbraio 16, 2026Camminando per Roma capita di incontrarle quasi a ogni angolo. Piccole, cilindriche, in ghisa, sempre attive, con quell’inconfondibile getto continuo che scorre giorno e notte. I romani le chiamano Nasoni e il termine è entrato così profondamente nel linguaggio comune da aver sostituito qualsiasi altra definizione tecnica. Ma perché a Roma le fontanelle si chiamano Nasoni? La risposta non è solo linguistica. È storica, urbanistica e perfino identitaria.
Il nome deriva dalla caratteristica forma del rubinetto metallico, sporgente e ricurvo, che ricorda un naso pronunciato. Da qui il soprannome popolare, affettuoso e ironico insieme, che ben rappresenta il carattere romano. Non si tratta dunque di una denominazione ufficiale, ma di un’espressione nata dall’uso quotidiano, dalla capacità tipica della città di trasformare ogni elemento urbano in qualcosa di familiare. Eppure, dietro questa apparente semplicità, si nasconde un sistema idrico di straordinaria efficienza, frutto di una tradizione millenaria.
Sommario
I Nasoni e la tradizione dell’acqua pubblica a Roma

Nasoni di Roma
Le prime fontanelle pubbliche moderne furono installate nel 1874, pochi anni dopo che Roma era diventata capitale del Regno d’Italia. L’amministrazione comunale, consapevole della crescita demografica e della necessità di garantire un servizio essenziale alla popolazione, decise di dotare la città di punti di approvvigionamento gratuito, sfruttando la rete idrica alimentata dagli acquedotti storici e dalle nuove infrastrutture ottocentesche. Non si trattò di un intervento marginale, ma di una scelta politica precisa, che inseriva Roma nel solco di una tradizione millenaria legata alla gestione pubblica dell’acqua.
All’inizio le fontanelle avevano tre cannelle a forma di testa di drago, un evidente richiamo decorativo a un’estetica più elaborata. Quel modello, tuttavia, risultò poco pratico e costoso nella manutenzione. Nel giro di pochi anni si optò per una soluzione più essenziale e funzionale, un cilindro in ghisa con un unico tubo ricurvo da cui sgorga l’acqua ininterrottamente. È questa versione, più sobria e riconoscibile, ad aver dato origine al soprannome di Nasoni. La forma arcuata del rubinetto, infatti, ricorda un naso pronunciato e il linguaggio popolare romano ha fatto il resto.
L’acqua dei Nasoni è potabile, controllata e di qualità elevata. Proviene principalmente dall’Acqua Marcia, uno degli acquedotti più celebri dell’antica Roma, ancora oggi in funzione. Costruito nel 144 a.C., l’Acquedotto Marcio era noto già in epoca repubblicana per la purezza e la freschezza delle sue acque, considerate tra le migliori della città. Il fatto che ancora oggi contribuisca all’alimentazione della rete idrica romana crea un collegamento diretto e concreto tra la Roma contemporanea e quella imperiale. Non è un elemento simbolico, ma una continuità infrastrutturale reale. Roma ha sempre avuto un rapporto privilegiato con l’acqua. In età antica furono costruiti undici acquedotti per garantire un approvvigionamento costante e abbondante a terme, fontane monumentali, domus private e quartieri popolari. La distribuzione dell’acqua era considerata una manifestazione di potere e civiltà. Ancora oggi, camminando tra le grandi fontane barocche o osservando i resti degli archi acquedottali nel Parco degli Acquedotti, si percepisce la centralità di questa risorsa nella storia urbana.
Il getto continuo dei Nasoni, che può sembrare uno spreco agli occhi meno informati, ha in realtà una funzione tecnica ben precisa. Mantiene fresca l’acqua, evita ristagni e garantisce un costante ricambio, assicurando standard igienici adeguati. È un sistema semplice ma efficace. Inoltre, i romani conoscono un piccolo accorgimento che molti turisti scoprono con curiosità. Tappando con un dito l’uscita principale, l’acqua fuoriesce da un foro superiore, creando un getto verticale più agevole per bere senza chinarsi eccessivamente. Questo dettaglio, apparentemente banale, testimonia quanto i Nasoni siano integrati nella vita quotidiana della città.
Un simbolo urbano tra funzionalità e identità romana

Nasoni di Roma
Oggi a Roma si contano oltre duemila Nasoni distribuiti tra centro storico e periferie. La loro presenza capillare li rende uno degli elementi urbani più diffusi e costanti. Si trovano accanto ai monumenti, nei quartieri residenziali, lungo i percorsi turistici e nelle aree meno centrali. Questa distribuzione omogenea rafforza l’idea di un servizio pubblico realmente accessibile, senza gerarchie territoriali.
Non sono semplici fontanelle. Sono un’infrastruttura gratuita che incarna un’idea precisa di città. Una città che offre acqua potabile a chiunque, residenti o visitatori, senza distinzione. In un contesto internazionale in cui l’accesso all’acqua è spesso mediato da bottiglie acquistate o distributori a pagamento, la rete dei Nasoni rappresenta una scelta controcorrente. È un presidio di universalità, un segno tangibile di continuità tra passato e presente.
Nel tempo si è discusso più volte sulla loro eventuale chiusura per motivi di risparmio idrico o per esigenze di razionalizzazione dei consumi. Le polemiche non sono mancate, soprattutto nei periodi di siccità. Tuttavia, il legame dei romani con i Nasoni si è rivelato sempre più forte di ogni proposta di ridimensionamento. Per molti cittadini, eliminarli significherebbe recidere un frammento identitario. Essi incarnano una visione concreta del bene comune, un’idea di spazio pubblico che non si limita all’estetica ma include servizi essenziali. I Nasoni sono anche un riferimento culturale. Compaiono in racconti, in fotografie d’autore, in film ambientati nella Capitale. Diventano punti di orientamento spontanei. “Ci vediamo al Nasone” è un’espressione che non necessita di spiegazioni tra romani. È un elemento minimo ma riconoscibile, che contribuisce a definire la romanità quotidiana, quella meno monumentale ma forse più autentica.
Accanto ai grandi simboli come il Colosseo o la Fontana di Trevi, i Nasoni rappresentano una dimensione più intima della città. Non attraggono folle, non sono oggetto di biglietti o file. Eppure raccontano un modello di convivenza urbana fondato sulla condivisione delle risorse. Sono parte del paesaggio mentale dei cittadini, un dettaglio che si dà per scontato finché non si riflette sul suo valore. I Nasoni non sono solo un’eredità tecnica dell’Ottocento, sono la traduzione concreta di una lunga storia idraulica, di una cultura dell’acqua che attraversa i secoli e di un senso civico che ancora oggi caratterizza Roma. Ed è forse proprio questa combinazione di funzionalità e identità a renderli così riconoscibili e, in fondo, così amati.
Scoprire i Nasoni vivendo Roma da vicino
Chi visita Roma per la prima volta resta colpito dai grandi monumenti. Il Colosseo, il Pantheon, la Basilica di San Pietro. Ma comprendere davvero la città significa anche accorgersi dei dettagli. I Nasoni fanno parte di questa dimensione concreta e quotidiana. Fermarsi a bere un sorso d’acqua fresca durante una passeggiata estiva, magari tra Trastevere e Campo de’ Fiori, significa entrare in contatto con un gesto che milioni di persone compiono ogni giorno. Soggiornare in una zona centrale permette di vivere questa esperienza con naturalezza, muovendosi a piedi tra quartieri storici e piazze monumentali. 94 Rooms Vatican offre una posizione strategica per esplorare Roma con lentezza e attenzione, consentendo di scoprire non solo i luoghi iconici ma anche quei dettagli urbani che raccontano la città nella sua dimensione più autentica.
Perché Roma non è fatta solo di grandi opere. È fatta anche di piccoli gesti. Di una fontanella in ghisa che continua a scorrere. Di un soprannome ironico diventato ufficiale nell’uso quotidiano. E ora che sai perché a Roma le fontanelle si chiamano Nasoni, forse la prossima volta che ne incontrerai una ti fermerai qualche secondo in più.





